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Anacronismi / Anachronisms (n. 19 – 2025)

L’anacronismo, dicono le enciclopedie, è un errore. Per gli storici, sosteneva Manfredo Tafuri parafrasando Marc Bloch e Lucien Febvre, è qualcosa di peggio: un peccato mortale (Bloch 1949: 176; Febvre 1947: 15; Tafuri 1984: 64). Più recentemente, Georges Didi-Huberman e Carlo Ginzburg ci hanno insegnato che l’esercizio consapevole dell’anacronismo può diventare uno strumento di conoscenza, un espediente interpretativo che consente di mettere in luce il carattere discontinuo, composito, non lineare delle temporalità di cui si intesse ogni storia (Didi-Huberman 2000; Ginzburg 2021). Tenendo sullo sfondo il dibattito storiografico sulle potenzialità euristiche dell’anacronismo, in questo numero vi invitiamo a riflettere su un dato tanto diffuso quanto mai abbastanza tematizzato, ossia la compresenza – in ogni luogo, edificio, cantiere, se non in ogni attività costruttiva – di trame, pratiche, valori riconducibili a epoche diverse, spesso incongrue, talvolta dissonanti: in certi casi in grado di comporsi armoniosamente, come sulla facciata di Santa Maria Novella; altre volte incompatibili se non contraddittorie.

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